Il 24 marzo 2026, una giuria di Santa Fe (New Mexico) ha emesso quello che molti osservatori definiscono già il verdetto più importante nella storia della regolamentazione dei social media.
Dopo sole sette settimane di dibattimento, i giurati hanno riconosciuto Meta Platforms, Inc. — società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp — responsabile di pratiche commerciali ingannevoli e scorrette ai danni dei minori, comminando una sanzione civile di 375 milioni di dollari, il massimo consentito dalla legge statale.
Il New Mexico, con la sentenza State of New Mexico v. Meta Platforms, diventa così il primo Stato americano a prevalere in giudizio contro una grande azienda tecnologica per i danni arrecati ai giovani utenti attraverso le sue piattaforme.
Non si tratta, tuttavia, di un evento isolato: la causa si inserisce in un’ondata di oltre 2.400 procedimenti intentati da famiglie, distretti scolastici e procuratori generali di più di 40 Stati contro Meta e altri giganti del web.
Tutto nasce nell’autunno del 2023, quando l’Ufficio del Procuratore Generale del New Mexico, guidato da Raúl Torrez — ex pubblico ministero specializzato in crimini informatici a danno di bambini — avvia un’operazione sotto copertura sulle piattaforme Meta. Gli investigatori creano profili fasulli di utenti di età inferiore ai 14 anni su Facebook e Instagram, monitorandone sistematicamente le interazioni.
I risultati sono allarmanti: gli account vengono immediatamente inondati di materiale sessualmente esplicito e contattati da adulti che sollecitano contenuti analoghi. L’operazione porta direttamente all’arresto di più individui e fornisce al Procuratore la base probatoria per depositare il ricorso in giudizio il 6 dicembre 2023 contro Meta Platforms, Inc., il suo CEO Mark Zuckerberg e le controllate Instagram LLC e Facebook Holdings LLC.
L’atto introduttivo del giudizio articola tre distinte imputazioni:
Da trent’anni, il Section 230 del Communications Decency Act (47 U.S.C. § 230) rappresenta la principale difesa delle piattaforme digitali statunitensi. La norma, approvata nel 1996, stabilisce che i fornitori di servizi interattivi online non possono essere trattati come editori o autori dei contenuti generati da terzi. In pratica, Meta non può essere citata in giudizio per ciò che i suoi utenti pubblicano.
Meta ha invocato questa protezione — insieme alle garanzie del Primo Emendamento della Costituzione — tentando di bloccare la causa prima del dibattimento. Il giudice Bryan Biedscheid del First Judicial District ha respinto queste eccezioni, consentendo al processo di procedere.
La vera innovazione giuridica del caso risiede nell’architettura dell’accusa. L’ufficio del Procuratore Torrez ha costruito il caso aggirando deliberatamente il Section 230, con una duplice strategia:
Prima teoria — responsabilità da progettazione (product design liability): L’accusa non ha attaccato i contenuti pubblicati dagli utenti, ma le scelte algoritmiche di Meta: i sistemi di raccomandazione che curano attivamente il materiale, connettono reti di account pedofili, e veicolano contenuti sessuali verso profili che la stessa piattaforma ha identificato come appartenenti a minori. L’algoritmo diventa così un “prodotto” difettoso, non un mero canale neutro.
Seconda teoria — pratiche commerciali scorrette: Le dichiarazioni pubbliche di Mark Zuckerberg, del responsabile di Instagram Adam Mosseri e della responsabile globale della sicurezza Antigone Davis — ripetutamente affermate davanti al Congresso, alla stampa e ai consumatori — costituivano, secondo l’accusa, rappresentazioni false fatte nell’ambito di un rapporto commerciale.
Gli utenti pagano Meta non con denaro ma con i propri dati, che Meta converte in ricavi pubblicitari: questo scambio dati/servizi integra la nozione di “commercio” ai sensi della legge statale sulla protezione dei consumatori, rendendo le false dichiarazioni ivi commesse perseguibili indipendentemente dal Section 230.
Terza teoria — pratiche “unconscionable”: Meta avrebbe deliberatamente sfruttato la vulnerabilità e l’inesperienza dei minori, approfittando della loro incapacità di comprendere i rischi reali della piattaforma.
La prova più immediata è quella raccolta direttamente dagli investigatori del Procuratore Generale. Gli account fittizi — tra cui i profili di “Sunny Paxton”, 12 anni, e “Issa Bee”, 13 anni — hanno ricevuto, nel giro di brevissimo tempo, sollecitazioni sessuali da adulti. L’operazione ha portato a incriminazioni penali a carico di più individui, documentando in tempo reale ciò che le piattaforme Meta “consegnano” a un bambino che si iscrive.
L’elemento probatorio probabilmente più devastante per la difesa è stato il carteggio interno di Meta, acquisito tramite ordini giudiziari di esibizione (subpoenas). Tra i documenti chiave emersi in dibattimento:
La giuria ha sentito le deposizioni di ex dipendenti di Meta che avevano sollevato internamente allarmi inascoltati, tra cui riferimenti alla figura di Arturo Béjar, ex ingegnere di Instagram che aveva documentato i danni alle adolescenti. Un’ulteriore fonte di testimonianze è stata quella di insegnanti di scuole pubbliche del New Mexico, che hanno descritto concretamente le perturbazioni in classe: schemi di “sextortion” (ricatto sessuale) ai danni di studenti, diffusione di contenuti su autolesionismo e suicidio, crisi di salute mentale direttamente correlate all’uso dei social.
Particolarmente rilevante è stata la deposizione video di Mark Zuckerberg, proiettata in aula durante il dibattimento. Interrogato sul carattere potenzialmente additivo delle proprie piattaforme, Zuckerberg ha definito le ricerche interne sul punto come “non conclusive” — affermazione immediatamente smentita dai documenti della stessa società. Alla domanda se un genitore avesse il diritto di sapere se un prodotto usato dal figlio fosse additivo, Zuckerberg ha risposto che c’era molto da “scomporre” in quella domanda.
L’accusa ha introdotto prove relative alla metrica “prevalence” utilizzata da Meta per i report pubblici: un sistema di calcolo che, secondo i documenti interni, sistematicamente sottostima la reale diffusione di contenuti illegali, rendendo le comunicazioni al pubblico strutturalmente fuorvianti.
La giuria ha deliberato in favore dello Stato su tutti i capi d’accusa, ritenendo Meta responsabile di:
I giurati hanno identificato 75.000 violazioni individuali (un quarto degli adolescenti del New Mexico), irrogando la sanzione massima di 5.000 dollari per ciascuna violazione, per un totale di 375 milioni di dollari.
L’avvocato di Meta, Kevin Huff, aveva sostenuto nelle arringhe conclusive che la società impiega 40.000 persone dedicate alla sicurezza delle piattaforme e investe massicciamente nella protezione dei giovani utenti. Meta ha già annunciato che intende impugnare la decisione.
Il procedimento proseguirà il 4 maggio 2026 con un bench trial (giudizio senza giuria) davanti al giudice Biedscheid sul capo residuo di pubblica molestia. Se Meta venisse condannata anche su questo fronte, il rimedio non sarebbe monetario ma strutturale: il tribunale potrebbe emettere ordini che impongano alla società di:
Diversi commentatori hanno tracciato un parallelo tra questa ondata di cause contro i social media e i maxi-accordi contro le compagnie tabacchiere degli anni ’90. Questo perché le aziende sembravano conoscere i danni dei propri prodotti, eppure continuavano a commercializzarli aggressivamente e inducevano in errore l’opinione pubblica.
La strategia processuale adottata dal New Mexico — costruire il caso sulla product design liability e sulle false dichiarazioni ai consumatori, anziché sui contenuti di terzi — costituisce ora un modello testato e replicabile. Più di 40 procuratori generali di altri Stati hanno già depositato azioni analoghe contro Meta, e il verdetto di Santa Fe fornirà loro un precedente diretto con ampie possibilità di successo.
Mentre i tribunali americani cominciano a sfidare il Section 230, altri Paesi si sono già mossi sul piano legislativo: l’Australia ha vietato i social media agli under 16 nel dicembre 2025, la Francia ha approvato un divieto per gli under 15 nel gennaio 2026, e la Spagna ha annunciato misure analoghe. In Europa, il Digital Services Act (DSA) impone già alle piattaforme molto grandi valutazioni obbligatorie dei rischi sistemici — inclusi quelli per i minori. Dell’aspetto del digitale responsabile ci eravamo già occupati in passato e il tema è quanto mai attuale Privacy dei minori e intelligenza artificiale – PAD lex
Il verdetto State of New Mexico v. Meta Platforms, Inc. segna un punto di discontinuità nella storia della responsabilità delle piattaforme digitali. Per la prima volta, una giuria americana ha ritenuto una grande azienda tecnologica legalmente responsabile — non solo moralmente — dei danni arrecati ai minori attraverso le scelte di progettazione dei propri prodotti.
La sanzione di 375 milioni di dollari è, in termini assoluti, meno del 2% dell’utile netto annuo di Meta. Ma il suo peso non è economico: è giuridico e sistemico. Il giudice Biedscheid ha già calendarizzato la fase esecutiva da maggio 2026, e il Procuratore Torrez ha dichiarato di voler ottenere ordini strutturali che ridisegnino concretamente il funzionamento delle piattaforme per i minori nel New Mexico — e, potenzialmente, in tutto il Paese.
Come ha sintetizzato l’avvocatessa Linda Singer, voce dell’accusa nelle arringhe conclusive: “Nell’arco di un decennio, Meta ha fallito ripetutamente nell’agire con onestà e trasparenza. Spetta a voi concludere questo lavoro.” La giuria ha risposto. Ora tocca ai giudici, ai legislatori e alle aziende stesse raccogliere il messaggio.
Articolo redatto sulla base di fonti primarie verificate: comunicato ufficiale del New Mexico Department of Justice (24 marzo 2026), NPR, CNN e analisi pubblicata su Gettysburg Connection. Tutte le informazioni relative al processo sono tratte da fonti giornalistiche e istituzionali verificate.